Processo a San Francesco di Paola 3

vedi prima processo 2

TESTE QUARANTUNESIMO

19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il nobile Paolino Piccione, di Paola, teste esaminato con giu­ramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che essendo un tempo ammalato il suo defunto padre Notaio Tommaso Piccione, i medici avevano diagnosticato trattarsi di una malattia inguaribile, perciò destinato a morire; aveva già perduta la vista e tutti si aspet­tavano prossima la fine. Il teste si recò da fra Francesco, che trovò in chiesa, mentre parlava con sua madre; questi appena lo vide, gli chiese: «Che hai da piangere?». Il testimone gli disse che suo padre se ne moriva. Fra Francesco allora: «Sai il Pater noster?». E quegli: «No!». «E l’Ave Maria?». «Sì». Disse allora al teste e ad una ragazza che era con lui, portandoli dinanzi al Crocifisso e facendoli inginocchiare: «Recitate tante Ave Maria sino al mio ritorno». Tornato con tre biscottini in mano e tre prugne, rivolgendosi al giovane disse: «Porterai questi a tuo padre am­malato» e aggiunse: «Digli da parte mia che per questa volta non avesse aura; raccomandagli poi che sia un buon cristiano e abbia fede in Dio». Tornato il figliolo a casa, raccomandò al padre di mangiare i tre biscottini e le prugne che gli aveva dato fra Francesco; dopo qualche ora l’ammalato chiese da mangiare e gustò i biscottini e le prugne; dopo tre o quattro giorni guarì; si levò da letto, andando dappertutto come prima. Tanto sa per personale e diretta conoscenza. Paola. Da trentacinque anni.  

TESTE QUARANTADUESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il teste Antonio Edoardo, di Paola, esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che egli ebbe a soffrire di un male, chiamato «male freddo», da circa tre mesi; nessun medico lo aveva potuto guarire. Si portò allora da fra Francesco, che trovò mentre sterrava per deviare il fiume, dove ora sorge il convento. Il teste si presentò, dicendogli: «Padre, ho sofferto per ben tre mesi del male freddo e non ho potuto guarire; pregatelo voi il buon Dio che mi faccia stare bene». Fra Francesco gli rispose: «Vieni qui, zappa un pochino con me, per carità». «Non posso, padre mio!». E Francesco a ripetergli: «Vieni qua, ti dico e non ti preoccupare, vedrai che lo potrai». Il teste accondiscese; prese la zappa tra le mani e cominciò a zappate per circa due ore dopo fra Francesco gli diede un pugno di ceci, che il testimone mangiò. Come li ebbe mangiati tutti, immediatamente guarì senza che più comparisse lo stesso male. Per personale conoscenza. Paola. Da circa quaranta anni. Inoltre ha affermato che avendo un tale Notaio di nome Pietro Barba, comprato la tonnata di Paola, i tonni vi entravano, ma al tirar su le reti, se ne uscivano comodamente; questa storia si protraeva ormai da un mese senza che un sol tonno fosse pescato. Stando così le cose, Notar Pietro Barba, pregò il teste di recarsi da fra Francesco e dirgli: «Per amor di Dio, compiaciti di pregare il Signore per poter pescare qualche tonno almeno!». Il teste vi andò, riferendo al frate come andavano le cose. Fra Francesco gli diede una candela da portare a Notar Pietro e aver fede nel Signore che di tonni ne avrebbero presi. Data la candela, si recarono subito a mare per pescare, portando seco la candela; la pesca fu tanta da non poter tirare fuori la rete; da allora la pesca continuò abbon­dantissima. Per conoscenza personale. Paola. Dal tempo come sopra

 

TESTE QUARANTATREESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Bartoluccio Pecoraro di Paola, testimone esaminato con giu­ramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che, spaccando legna da ardere per la fornace, un pezzo di legna gli ferì l’occhio da uscire quasi del tutto fuori con abbondante emorragia e da non vedere per niente. In compagnia di don Pietro, suo amico di cui sopra, si recò da fra Francesco che trovarono  in convento; come e gli lo vide, esclamò: «Per carità! Non siete venuti qui spontaneamente!». Il teste allora mostrò l’occhio uscito quasi del tutto fuori. Fra Francesco, come lo vide, lo fasciò con un lino e li accompagnò a fare colazione; dopo aver mangiato, li condusse fuori dietro al convento; gli tolse la fasciatura, dicendogli di guar­dare il sole che allora sorgeva, e gli chiese: «Ci vedi adesso?». «Padre, sì che ci vedo!». Gli fece un segno di croce sull’occhio e lo rimandò a casa; l’occhio fu, così, sano e salvo, restituito alla pristina sanità da vederci ancor meglio di prima, senza ombra o macchia alcuna. Per conoscenza diretta e personale. Luogo e tempo come sopra. Inoltre il teste ha pure deposto che egli stesso era andato per la Messa alla chiesa di San Francesco ma fu colto da un colpo apoplettico, per cui perdette subito la loquela e si trovò quasi morto: gli bruciavano i piedi col fuoco ma non ne risentiva. Perciò fu in­viato un tale al suddetto fra Francesco che era a Paterno e gli pre­sentò il caso accaduto. Fra Francesco disse: «Dio l’ha aiutato trovandosi col ginocchio destro inginocchiato, e avrebbe sofferto cose ancora più gravi»; consegnò, poi, alcune cose da portare al suddetto teste dicendo: «Vai, ritorna, ché Dio gli ha fatto la grazia». Tornato quegli dal teste gli diede quelle cose e gli fu resti­tuita la loquela, guarì e fu liberato da questa infermità. Il teste medesimo ha assicurato che piegava il ginocchio come aveva detto fra Francesco. Sa dall’esperienza della propria persona. Luogo e tempo, come sopra. Sul decimo, ha detto di sapere che il suddetto fra Francesco visse sempre santamente e onestamente; sia d’inverno che d’estate stava e andava a piedi nudi e ciò nonostante li aveva bianchi e senza alcuna macchia; dovunque andava edificava sempre grandi conventi e faceva miracoli, per cui moltissimi si recavano da lui e se ne torna­vano tutti contenti e magnificavano i miracoli che gli avevano visto fare. Il teste ritiene per certo che tale fra Francesco morì vergine. Lo sa perché vide, fu presente e lo ascoltò. Luogo e tempo come sopra.  

TESTE QUARANTAQUATTRESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il nobile Francesco Santonio, di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che essendo ancora un ragazzo di quasi otto anni, si imbatté in un cane idrofobo, che lo morsicò ad un braccio, che si gonfiò paurosamente, tanto, da non poterlo alzare; corse allora da fra Francesco, il quale appena lo vide: «Aspetta, per carità, dove hai trovato quel ma­ledetto cane da ridurti in sì cattivo stato?». Gli sciolse la fascia­tura e vi pose sopra come una specie di gomma, rimandandolo a casa. La sera poi gli fece bere del vino ricavato pure dalla stessa gomma; la mattina seguente si trovò guarito senza vedersi alcuna cicatrice come se niente fosse successo. La gomma applicata sem­brava gomma di ciliegio, che non mostrava affatto possedere carat­teristiche terapeutiche di alcun genere. Dalla conoscenza personale e diretta. Paola, da trentacinque anni. Lo stesso ha pure detto che un figliolo, il quale era stato quin­dici giorni a letto ammalato, all’atto di alzarsi, le gambe non si reggevano, come contratte o paralizzate; non poteva in nessun modo reggersi in piedi, né muovere passo alcuno. Molti gli espedienti a cui i parenti fecero ricorso senza risultato alcuno. Il fratello al­lora del teste disse: «Andiamo! Qui non resta altro da fare se non portarlo da fra Francesco al convento; ivi ci sono gli abiti che usa il Santo e facciamoglieli mettere addosso! Forse che il Signore e il Padre fra Francesco ci farà la grazia!». Si recarono quindi al convento, portando il povero ammalato; gli misero indosso la to­naca e qualche altro indumento appartenente al santo frate. Il ragazzo quindi prese a sorridere, esclamando: «Lasciatemi alzare da solo». Si alzò e prese a camminare speditamente e senza difficol­tà, guarito del tutto; tornandosene, lodando Iddio e il Padre fra Francesco per la particolare grazia ricevuta. Dalla conoscenza per­sonale. Paola da circa due anni.  

 

TESTE QUARANTACINQUESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Donna Perna Signorello, di Paola, teste esaminata con giura­mento; circa il nono, omessi gli altri, ha detto che soffrendo ella con gli occhi tanto da non vedere, sua madre la portò da fra Francesco pregandolo per la salute degli occhi della figlia. Egli come la vide prese una certa erba sotto i suoi piedi, chiamata «trefa», che man­giano le bestie, consigliò di metterla a cuocere e il succo da essa ricavato farne delle applicazioni; il giorno seguente l’ammalata tornò perfettamente guarita. La causa della conoscenza, giacché ebbe a sperimentarne la guarigione nella sua persona. Paola. Da quaran­tacinque anni. Ugualmente ha affermato che essendole venuto un male alla testa, chiamato «muro», le gonfiava tutta la faccia e il petto; la madre della teste condusse la figliola da fra Francesco, il quale, appena l’ebbe vista, esclamò: «Questa è una brutta malattia!». Indicò loro alcune medicine; ma la povera madre osservò: «Padre mio, non è assolutamente possibile procurarci tutte queste medicine. Per carità; basterebbe che voi la toccaste con il solo vostro abito e mia figlia sarà guarita». Fra Francesco, sorridendo, le mise addosso un lembo soltanto della sua tonaca e la mattina seguente l’inferma fu guarita completamente come se non avesse mai sof­ferto di un qualunque male. Lo sa, perché ne soffrì nella sua stessa persona. Luogo e tempo come sopra.

TESTE QUARANTASEIESIMO

Stesso giorno, 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Donna Margherita Tudesca, di Paola, teste esaminata con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha affermato che soffriva ad una mano da non poter alzare alcun oggetto; non vi era stato medico alcuno capace di guarirla. Andò da fra Francesco, mostran­dogli la mano; Egli vi pose sopra una certa erba; il giorno stesso ella non avvertì più alcun dolore. Sa, giacché avvenne in persona propria. Paola; dal tempo di circa quarantacinque anni. Ugualmente la stessa teste ha affermato che avendo una figlio­letta di appena tre mesi, sul collo della piccina appariva un gonfiore assai vistoso della grandezza di un fiasco; la bambina non poteva sollevare la testa. Molti i medici consultati; inutilmente! Si decise, quindi, di portarla da fra Francesco, il quale, come la guardò, con­sigliò applicarvi degli empiastri di erbe; la notte stessa la madre si accorse che il collo della piccina era libero da qualunque gonfio­re, come se non avesse mai avuto da soffrire niente. Ne è a cono­scenza, perché sa, vide, fu presente e udì. Paola. Dal tempo come sopra.

TESTE QUARANTASETTESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Giovanni Varachello, di Paola, teste esaminato con giuramen­to. Circa il nono, omessi gli altri, ha affermato di avere un figlio­letto di circa un anno, il quale aveva perduta la vista con gli occhi albinizzati da quasi due mesi. Lo portò a Paterno, dove allora si trovava fra Francesco; questi pose sopra la fronte del piccolo cieco due foglie di una certa erba, legandole con una pezza, rimandandolo in tal modo a casa. Non erano lontani un tiro di fonda, questa specie di fasciatura si sciolse da sé e la vista tornò al fanciullino, il quale da quel momento ci vide perfettamente e con occhi splendidissimi come al presente. Causa della conoscenza è giacché vide, fu presente e udì. Paterno. Da circa trentacinque anni. Il teste stesso ha asserito di avere egli un fratello lebbroso da circa otto anni; non essendovi rimedio alcuno lo portarono da fra Francesco, il quale lo trattenne seco in convento quindici giorni; così guarì da quel terribile male e le sue carni tornarono lisce e pulite come cristallo. La causa della conoscenza è diretta e personale. Paola. Da circa quaranta anni; ora quel suo fratello è morto. Così anche ha detto che essendo venuto un altro lebbroso di fuori Paola per ottenere la guarigione, fra Francesco lo trattenne in convento, nascosto, per alcuni giorni. Il poverino era tutto sfigu­rato in viso e nel corpo; dopo però questa breve permanenza guarì e fece ritorno al suo paese sano e libero da ogni macchia del male sofferto. Per conoscenza diretta. Paola. Fatto, questo, che rimonta a circa cinquanta anni fa.

 

TESTE QUARANTOTTESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Ambrogio Andriotta di Paola, teste esaminato con giuramen­to. Sopra il nono, omessi gli altri, ha affermato che portando del legname giù dalla montagna, in prossimità di Paola, le legna caddero in un fosso molto profondo; sciolse allora i buoi che trasportavano quel carico e fece il cammino a ritroso su per l’erta, non preoccupandosi del materiale caduto perché il fosso non consentiva potervi scendere. Al ritorno, scorse fra Francesco, là dentro, che aveva tolto quanto vi era caduto: quattro uomini non sarebbero stati capaci di tirar fuori tanta legna. Vedendo quegli il teste che scendeva dalla montagna, gli disse: «Ecco, in carità, tutta la legna estratta dalla fossa; i buoi hanno corso un grave pericolo». Il testimone, così, prese quel legname e lo trasportò dove voluto. Egli ritiene ciò un vero e grande miracolo. Per conoscenza diretta e per­sonale. Paola. Da circa trentacinque anni.  

TESTE QUARANTANOVESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Antonio Pandaro, di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che Madama Lucente, in quel tempo Signora di Paola, mandò Mastro Cola Carbonella, il Notaio Giovanni De Miceli e Mastro Pietro Mannarino a prega­re fra Francesco, il quale, in quel periodo di tempo si trovava a Paterno, di venire a Paola; il detto testimone, camminava a piedi insieme agli altri. Notar Giovanni non aveva piacere andare a Paterno e durante il cammino prese a dir male sul conto di fra Francesco; ivi giunti, sentì dire dal suddetto: «O Notar Giovanni, confessa la tua colpa di ciò che dicevi mentre venivi». Al che co­stui non ebbe parole come scusarsi, restando meravigliato, sor­preso e umiliato per questa uscita così perentoria e certa su ciò che egli aveva profferito camminando sopra la montagna. Per conoscenza diretta e personale. Questo avvenne durante il cammino che i suddetti facevano da Paola a Paterno. Dal tempo di trenta­cinque anni.

 

TESTE CINQUANTESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512,15° dall’indizione  

Cristiano Turchio, di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che recandosi egli con Antonio Pandaro a Paterno e con gli altri sopraddetti gentiluomini, assieme a Notar Giovanni, inviati da Madama Lucente, Notar Giovanni, salendo la montagna, sparlava sui conto di fra France­sco. Appena però arrivati da lui a Paterno, si sentì dire: «Notar Giovanni, confessa, per carità, con tutta franchezza quanto hai detto di male nel venire!». Sentendo così, Notar Giovanni restò muto nient’altro aggiungendo, meravigliato e stupefatto di come quegli  avesse saputo delle sue parole sul monte. Causa della cono­scenza per aver visto, presenziato e udito. Paola. Tempo come sopra.

TESTE CINQUANTUNESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il Reverendo Don Girolamo Baldario, Arciprete di Paola, testimone esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che aveva egli una sorella con una mano completamente ricoperta di porri come gusci di lumache; un guaio questo che se lo tirava dietro da ben tre anni. Il padre e la madre erano assai addolorati per una simile deformità, la quale deturpava tanto vistosamente la mano della loro povera figliola; la condussero da fra Francesco. Egli prese la mano della fanciulla e la chiuse tra le sue, e disse: «Va’ pure, cara figliola, osserva il digiuno per un venerdì con solo pane ed acqua, e vedrai che il Si­gnore ti farà la grazia!». Con tanta fiducia in cuore se ne tornarono a casa; e il giorno successivo, senza aspettare il venerdì e senza aver ancora osservato il digiuno consigliato, la ragazza si trovò la mano perfettamente guarita, non avendo fatto ricorso ad alcun ri­medio e porri del genere non ne comparvero più nella mano né in alcuna altra parte del corpo. Paola. Da circa quaranta anni. Lo stesso ha pure detto che gli capitò di vedere, in casa di suo padre, un certo Bartolo di Scigliano, il quale diceva di essere arrivato muto a Paola; riacquistò la favella, avendogli fra Fran­cesco fatto pronunziare, solamente per due volte, il nome: «Gesù, Gesù». Questo lo depose pure lo stesso Don Giovanni di Anto­nachio, come detto sopra, il quale sentì ed ascoltò quel Bartolo chiaramente parlare speditamente, anche perché quegli fu a ser­vizio di suo padre, durante un considerevole tempo. Per conoscenza. Luogo e tempo come sopra.

TESTE CINQUANTADUESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Nicola Mercurio di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto di sapere che fra Francesco godeva di buona fama per la vita che conduceva; andava sempre scalzo e non era stato mai visto mangiare. Una volta fra Francesco gli predisse cose future sul suo avvenire: «Non startene qui a scavare in questo luogo; vattene lontano, diversamente ver­resti a trovarti male!». Allontanatosi, infatti, si staccò un pezzo tanto grande dalla roccia soprastante che, se non si fosse allonta­nato dal luogo dove scavava sarebbe morto. Per questo fatto il te­stimone ritiene fra Francesco un vero profeta e un santo. Lo sa da personale esperienza. Paola. Dal tempo di circa quaranta anni.

 

TESTE CINQUANTATREESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il Nobiluomo Luigi Schentemo, di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che, avendo egli un nipote, figlio di suo fratello, pure questi dello stesso co­gnome, paralizzato dalla cintola in giù, lo portarono da fra Fran­cesco in un luogo dove c’erano alcuni indumenti usati dal frate; glieli misero indosso. Appena toccatili, il ragazzo cominciò a ri­dere e a scherzare; si eresse su se stesso e prese a camminare. Coloro che lo avevano accompagnato, rassicuratisi della grazia ri­cevuta, se ne tornarono lodando Iddio e fra Francesco, fatti se­gno del particolare dono ricevuto. Per conoscenza. Paola. Da due anni appena.  

TESTE CINQUANTAQUATTRESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il Nobile Nicola Castello di Paola, teste esaminato con giu­ramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha riferito del miracolo di una grande pietra esistente al convento che stava costruendosi; venti uomini non sarebbero stati capaci di rimuoverla; lo poté fra Fran­cesco da solo; ciò hanno deposto anche altri e il testimone vide con i propri suoi occhi. In causa ecc. Luogo e tempo come sopra. Lo stesso teste ancora ha aggiunto che ritornando egli dalle parti di oriente con una galera, arrivato a Paola perdette l’udito dell’uno e dell’altro orecchio; e gli si gonfiò il collo e il viso da non riconoscersi se vivo o morto, così per circa due mesi. Fatto ricorso a tutte le medicine consigliategli dai medici, non aveva avuto beneficio alcuno. La suocera allora vedendo niente giovargli lo mise sopra un giumento e lo portò da fra Francesco al convento, che dista da Paola un chilometro circa. Quivi giunti, pregò fra Francesco di pregare Dio per la salute del povero ammalato; presolo per mano, fra Francesco gli pose sul naso le sue dita, tenendole così per il tempo necessario a recitare due «Pater noster»; le orecchie allora, prima gonfie, cominciarono ad emanare pus in grande quantità e a sgonfiarsi il gonfiore, da restarne guarite, prima ancora di allontanarsi dal suddetto fra Francesco. Il teste, quindi, poté tor­narsene a casa del tutto sano come un tempo. Da conoscenza per­sonale e diretta. Paola. Da quasi quaranta anni. Lo stesso ha pure detto che quando giunse la notizia che Ni­cola Picardi, cognato del teste, era caduto prigioniero, a Otranto, per mano dei Turchi, fu inviato da Don Giovanni Picardi, fratello di Nicola, e suo cognato, da fra Francesco, il quale si trovava a Paterno, affinché pregasse il Signore per il riscatto del povero pri­gioniero. Quando vi giunse e lo pregò del caso, fra Francesco gli disse: «Non vi preoccupate, il buon Nicola è morto e, come mar­tire, è volato in cielo, dopo aver conosciuto questo mondo, ora gode nell’altro. Andate dal Duca di Calabria che vi farà recuperare le poche cose lasciate da lui e non premuratevi di sapere ancora di più». Tornato a Paola, il teste, da Giovanni Picardi, riferì quanto fra Francesco gli aveva detto. Giovanni si recò dal Duca di Calabria; in realtà i fatti stavano come aveva sentito dire circa la morte di Nicola; ebbe quel po’ di roba che il glorioso caduto aveva lasciato e, afflitto, riprese la strada del ritorno. Questo valse a convincere il teste che fra Francesco era realmente un santo, giacché mo­strava di conoscere le cose passate e le future. La conoscenza e diretta e personale. Paola e Paterno. Da circa trentatre anni.  

TESTE CINQUANTACINQUESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Nicola Pecoraro di Paola, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che sa di un uomo arrivato da Fiumefreddo, castello di Cosenza, sordo e paralitico. Fra Francesco lo prese per la mano e lo condusse nella chiesa, lascian­dolo quivi coricato, ritirandosi quindi nella sua cella; vi rimase un bel pezzo; tornò in chiesa e con la mano del povero storpio nella sua, lo accompagnò nella sua cella; di qui il paralitico lo si vide uscire guarito e risanato con l’udito riacquistato e con mani e piedi perfettamente ristabiliti. Rimase in convento per tre o quattro mesi. Riprese in seguito a girare per i paesi, negoziando e commerciando come se fosse stato sempre bene. Per conoscenza diretta e personale. Paola, da circa quarantatre anni.  

TESTE C1NQUANTASEIESIMO

Stesso giorno 19 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Antonio Amalfitano di Paola, teste esaminato con giuramen­to. Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che volendo, una volta, prendere un pesce, chiamato «n’trascina», fu punto ad un dito, che gli si gonfiò subito, da sembrargli dovesse perderlo; il dolore era insopportabile. Si recò da fra Francesco, il quale, appena lo vide, prese la mano dolente e la strinse nella sua; scomparve il dolore e il gonfiore, non lo si notò più, ed egli se ne tornò a casa sua. In causa della conoscenza diretta e personale. Paola, da tren­tasei anni circa.  

IN SAN LUCIDO

 

TESTE CINQUANTASETTESIMO

20 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il Reverendo Don Carlo Pirro, di S. Lucido, casale della dio­cesi di Cosenza, Canonico Cosentino e Rettore della quarta por­zione di S. Giovanni del detto Casale, testimone esaminato con giuramento.

Circa il primo, ha ammesso di sapere che Paola si trova nella provincia di Calabria, nella diocesi di Cosenza, e   di conseguenza Paola è stata sempre cristiana ed è vissuta come tale secondo i det­tami di nostra S. Madre Chiesa Cattolica da una settantina di anni e per la fama da cento o anche da duecento anni o, forse anche di più; circa ciò, quindi, non v’è alcuno che possa affermare il con­trario. In questa terra di Paola non è allignata mai eresia alcuna, ma i suoi abitanti sono vissuti secondo i dettami di nostra S. Ma­dre Chiesa Cattolica e Apostolica di Roma. La causa della cono­scenza è giacché nato in questa provincia, pratico e vicino a Paola. Dal tempo come sopra. Circa il secondo e il terzo, ha affermato di sapere che il padre e la madre di fra Francesco erano nativi di Paola, persone dab­bene, di sana pietà e di ottima fama. Lo sa, come sopra.

Circa il quarto, ha affermato di sapere che tra Giacomo e Donna Vienna il matrimonio da questi contratto fu legittimo; così da tutti ritenuto e reputato. Causa della conoscenza, come sopra.

Circa il quinto, ha detto che da questo matrimonio nacque fra Francesco e allevato e cresciuto da loro legittimi genitori, quale figlio legittimo. Causa della scienza come sopra.

Circa il sesto, ha detto che a questo legittimo loro figliolo fu posto il nome Francesco, fu battezzato e cresimato, essendo i genitori buoni e perfetti cristiani. Stessa conoscenza.

Circa il settimo, ha detto che da quando fra Francesco nacque visse sempre santamente, serbando costumi puri ed illibati; ciò si può affermare senza scrupoli di sorta. Crebbe sempre di bene in meglio e, in quanto a ciò, il teste che depone è fermamente certo che il giovinetto sia morto vergine.

Circa l’ottavo, ha detto di sapere che fra Francesco dovunque andò visse come dinanzi detto; edificò conventi, come a Paola, Paterno, Spezzano Grande, diocesi di Cosenza. Camminava sem­pre scalzo anche dentro i boschi, trasportando travi, legna e fi­nanche pietre; i suoi piedi però, erano sempre bianchi e puliti; dava giù con la mazza, zappava, cavava pietre e le sue mani re­stavano gentili e morbide come quelle di un signore nato. Il te­stimone ancora afferma che aveva indosso sempre un abito logoro direttamente sopra le carni ed emanava un profumo particolare con il volto ad ogni ora sereno e allegro. Per conoscenza partico­lare e diretta come gli avvenne di sapere a Paola e altrove. Dal tempo quando edificava i conventi e in tutta la diocesi di Cosenza. Circa il nono, ha detto che, arrivò a Paola un prete, inviato dal Papa Paolo al Reverendissimo — poi defunto — Arcivescovo di Cosenza, Pirro; il teste riteneva trattarsi di un Canonico, una persona certamente accreditata. perché aveva con sé un seguito e viaggiava in carrozza. Diceva di essere un messo del Pontefice pres­so l’Arcivescovo al fine di conoscere e indagare sulla vita che conduceva fra Francesco. L’Arcivescovo inviò il teste e quel Cano­nico a Paola, dove fra Francesco voleva cominciare a costruire la chiesa. Come furono dinanzi a fra Francesco, il Canonico e il teste fecero l’atto di baciargli la mano, ma egli la ritirò d’un subito, esclamando: «Semmai debbo essere io a baciare la mano a voi che siete prete e che da trenta anni celebrate messa». Per tali parole l’inviato pontificio restò sorpreso ed ammirato; nato in un paese assai lontano da Paola, perciò era mai stato in Calabria e non aveva mai visto fra Francesco, il quale, gli stabiliva con esattezza gli anni del sacerdozio. Così, intrattenendosi in questi discorsi, si appartarono in una stanzetta, dove c’era del fuoco, era d’inverno. Il suddetto Canonico cominciò a criticare tale sua vita dicendo: «Questa vita è troppo austera e intanto la fate e potete sostenerla in quanto siete contadino , ma se foste nobile non potreste farlo». Al che fra Francesco rispose: «Sì, è vero che sono nato uomo di campagna e rozzo; diversamente, non potrei vivere come vivo». Così dicendo, si piegò sopra il braciere gran­de e con molto fuoco acceso; riempì le mani dei tizzoni ardenti e tenendoli così nelle sue mani, voltandosi verso il Canonico: «Guar­date — diceva — se non fossi contadino, non potrei fare questo». E mostrava il fuoco che aveva nelle mani. A tal vista, quel Cano­nico si prostrò, cercando di baciargli le mani e i piedi con grande riverenza. Rifiutandosi vivamente fra Francesco, il Canonico non poté fare a meno dal saziarsi di baciargli l’abito almeno. I due in­viati quindi se ne tornarono in S. Lucido, dove era ad attenderli l’Arcivescovo. Gli narrarono quanto avevano visto, grandemente stupefatti e meravigliati cli quell’autentico portento. L’Arcivescovo a sentir ciò dalla viva voce e dell’inviato pontificio e della persona di sua fiducia con questi al seguito, disse: «Ebbene, voglio andare a Paola, per la posa della prima pietra della costruenda chiesa, per la quale mi ha invitato».Per conoscenza diretta e personale. In Paola e in S. Lucido. Da cinquantacinque anni. Sente ancora lo stesso testimone il dovere di aggiungere che una volta fu assalito da un fortissimo dolore di denti; non solo, ma si muovevano tutti con la minaccia che se ne cadessero tutti, il giorno dopo, nel calice. Ritenne necessario allora portarsi a Paola da fra Francesco, il quale appena lo vide, esclamò: «Meno male che non ti sei fatto vincere dalla tentazione di non celebrar Messa questa mattina!». Toccò allora la bocca e i denti penzoloni con le sue dita; passò il dolore e i denti si consolidarono; in seguito non avvertì più problemi. Per conoscenza, avendo questo sperimentato nella sua pro­pria persona. E ciò da circa cinquanta anni.

 

TESTE CINQUANTOTTESIMO

Stesso giorno 20 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il nobil uomo Giovanni Franco, di S. Lucido, teste esami­nato con giuramento.

Circa il nono, omessi gli altri perché ha deposto circa fatti precedenti che altri pure avevano confermato, ha attestato che essendo egli andato al casale di Fiumefreddo, gli fu regalato un agnello, che sistemò sopra la groppa del cavallo, e si avviò verso S. Lucido. Senonché, durante il cammino, l’agnellino morì. Strada facendo, fu assalito dal pensiero: «Voglio vedere se veramente fra Francesco è capace di far tornare in vita questo piccolo ani­male!». Fatto appena un miglio di strada: «Incredibile!». Sentì l’agnellino belare, costatando con suo grande stupore che era vivo, e portandolo contento a casa. Questo durante il cammino per S. Lucido; dal tempo di circa quarantacinque anni.

Lo stesso testimone ha sentito il dovere di aggiungere che suo padre cadde in gravissimo stato di salute. Si rivolse allora a suo cognato Nicola, giacché il padre non parlava più, versando «in extremis», perché andasse a Paola da fra Francesco e lo pregasse di intercedere con preghiere a Dio per la salute del morente, se fosse guarito il quale, il figlio avrebbe portato della cera al con­vento. Quando fra Francesco se lo vide dinanzi, gli disse: «Nicola, so perché tu vieni da me; ti manda tuo cognato Giovanni per la salute di suo padre; va’ pure perché il Signore ve l’ha fatta la grazia, per questa volta, e non abbiate paura ché non morirà; avete avuto un buon avvocato; però pochi saranno gli anni an­cora che camperà; comunque al ritorno che farai, lo troverai in tutt’altre condizioni di come lo hai lasciato». Nell’ora stessa che fra Francesco pronunziava quelle parole, l’infermo aveva chiesto di mangiare. Infatti, entrando in casa per riferire ciò che il frate aveva detto, trovò che il suocero era seduto e mangiava tranquil­lamente. In seguito visse altri quattro anni. Il testimone portò della cera alla chiesa del convento, come da promessa fatta. Da conoscenza diretta e personale. Paola e S. Lucido. Da circa qua­rantotto anni. Lo stesso ha affermato che era malata la sorella nubile; credette bene di mandare ancora una volta Nicola da fra Francesco, il quale, vedendolo arrivare: «Caro Nicola, conosco bene la ra­gione per la quale tu vieni un’altra volta da me; ti manda Gio­vanni per chiedere la salute della sorella inferma; ritorna e dirai che la consideri come se non fosse stata mai sua sorella, perché la Vergine Maria e S. Caterina la vogliono con loro in cielo; quindi non può rifiutarsi a questo invito. Torna, torna presto, perché non manca molto che sarà passata all’altra vita!». Al suo ritorno Nicola riferì quanto detto da fra Francesco; il giorno seguente, la ragazza se ne morì. Per conoscenza diretta e personale. Luogo e tempo come sopra. Lo stesso ha deposto che essendo andato una volta a fare vi­sita a fra Francesco, quando ancora non era stata edificata la chiesa, vi era appena una sola celletta allora, in cui trovava ricetto fra Francesco. Questi, appena lo vide, disse: «Giovannino, per carità, vieni e prendiamo una pietra ciascuno da servire per la chiesa da edificare». Si portarono allora sui greto del fiume, dove stava una gran pietra di oltre un quintale, che tre uomini a stento avrebbero potuto smuovere. Fra Francesco, rivolgendosi al giovine, gli disse: «Prendi questa pietra, per carità, e portala sul luogo dove sorgerà la chiesa». «Padre, osservava il buon giovane, non è assoluta­mente possibile che io solo porti questo gran pietrone, come vo­lete voi, ciò che non potrebbero fare tre uomini robusti e forti?». E fra Francesco a insistere: «Sì, ti dico: prendilo per carità, e vedrai che potrai!». Fra Francesco fece sulla pietra un segno di croce e gliela caricò sopra le spalle; quella pietra divenne leggera tanto che chi la reggeva la portò senza sforzo alcuno al luogo vo­luto dal frate. Da conoscenza personale. Paola. Al tempo in cui si iniziava a costruire la chiesa.

 

TESTE CINQUANTANOVESIMO

Stesso giorno 20 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Il nobil uomo Giovanni della Rocca, da S. Lucido; teste esa­minato con giuramento.

Circa il nono, omessi gli altri, ha detto che avendo egli fatto di persona il voto di recarsi a Paola, al convento in costruzione per otto giorni, trovò fra Francesco da solo in convento, essendo andati tutti gli altri sopra la montagna a prendere del legname. Fra Francesco allora gli disse: «Andiamo insieme da quegli operai sulla montagna, perché qui stiamo inoperosi». Si avviarono su per l’erta; ma quando furono a metà cammino, fra Francesco si fermò, osservando: «Qui ci debbono essere due travi rimaste l’altro ieri, perché i buoi non poterono trasportare per il luogo impervio; andiamoci noi, per carità, e scendiamoli giù in pianura». Il testimone disse ridendo: «Com’è possibile, Padre, fare con la sola forza delle nostre braccia ciò che non hanno potuto i buoi?». Fra Francesco rispose: «Per carità, quanta poca fede avete!». «Per l’amor di Dio», rispose il teste, «Io fede ne ho; met­tetemelo sulle spalle ed io vi obbedirò». Fra Francesco allora gliene caricò una sulle spalle e l’altra se la caricò egli sotto il suo braccio, come se fosse un fuscello e scesero entrambi dalla mon­tagna. Per cui lo ritenne un miracolo. Da conoscenza diretta e personale. Paola. Dal tempo in cui si iniziò a costruire il convento.  

TESTE SESSANTESIMO

Stesso giorno 20 luglio 1512, 15° dall’indizione  

Salvatore Scavo da S. Lucido, teste esaminato con giuramento. Circa il nono, omessi gli altri: ha detto che, recandosi egli una mattina al convento in costruzione, a Paola, si imbattè in fra Francesco, premurandosi avvertirlo come dietro di lui v’erano an­che molti altri operai desiderosi di prestare la propria opera per la erigenda fabbrica; perciò era necessario provvedere per la co­lazione di tanti volontari prestatori d’opera. Fra Francesco diede al testimone delle fave, perché le mettesse a cuocere: «Metti, per carità, queste fave a cuocere». Cominciò egli a pulire le fave, di­cendo a fra Francesco: «Frattanto fate accendere il fuoco». «Non preoccuparti del fuoco». Riempita una mezza pignatta di fave, fra Francesco gli disse: «Va’ a mettere la pignatta delle fave sul fuoco». Andò e trovò il focolare con cenere morta e fredda. Comunque il teste non volle mancare alla parola. Siste­mata appena la pignattta, essa prese subito a bollire e le fave fu­rono pronte all’istante, e arrivarono ad alimentare tutta quella moltitudine di operai. Da conoscenza diretta e personale. Paola. Tempo in cui fra Francesco cominciava a costruire il convento. Il testimone, a questo proposito, ricorda pure il miracolo della fornace di calce già riferito da altri.