SOS Palischermo S. Tommaso

Palischermo S. Tommaso, Milazzo

SITO MILAZZIANO


A mio padre Antonino Italiano che mosse i suoi primi passi di operaio, nel duro mondo dei tonnaroti, quando ancora a Milazzo esistevano gli "uomini nerboruti"  ed il pane era salato come il mare nostro...

Claudio Italiano.

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La tonnarella del Capo
Documenti sulle tonnare di Milazzo

La storia delle tonnare a Milazzo.

C'era una volta a Milazzo, la tonnara, o meglio le tonnare, che dovevano essere almeno una decina, come ci spiega il Rais Nino Maisano, oggi c'è solo un vecchio palischermo glorioso, che mestamente se ne sta smembrano ed infradicito a ponente in attesa del colpo di grazia!

Ma vediamo che cosa sono le tonnare e che cos'è un palischermo, questo enorme barcone adibito per la raccolta dei tonni infiocinati che venivano ammassati su di esso.

La storia delle tonnare a Milazzo si perde nella notte dei tempi, quando gli arabi insegnarono ai milazzesi come pescare i tonni, costruendo un sistema di reti che incolonnava lo sciame dei tonni verso un ambiente sempre più ristretto fino alla cosidetta "camera della morte", dove i tonni emergevano per essere infiocinati da possenti marinari di un tempo andato.

Al Idrisi, un cartografo arabo, agli inizi dell'anno Mille, parla di Milazzo e delle sue tonnare, che pian piano diventano cinque. Federico Giordano nel 1300 ne possiede una a  Milazzo; nel 1700 la nobile famiglia dei Cumbo-Borgia continua l'opera della pesca del tonno e possiede una tonnara industriale provvedendo alla conservazione del tonno sott'olio. Si arriva infine ai nobili signori D'Amico e Calapaj che sono gli ultimi a lavorare il tonno a Milazzo. Anzi del marchese D'Amico è noto un punto di avvistamento, il cosiddetto " Palombaro", i cui resti si possono vedere all'estrema punta del promontorio, verso la Baia di S. Antonino, punto di avvistamento da cui il gentiluomo osservava l'avvicinarsi dei tonni. Uno degli ultimi tonnaroti, il sig. Nino Maisano, detto U' Negus,   intervistato, riferisce che a Milazzo esistevano ben dieci tonnare:

- di S. Lucia, pa' Luci
- Cala a Pila
- A Tunnara u' Chiovu
- A' Scinduta da Tunnara i Milazzu
- Vaccaredda
- A Cruci di Mari
- A Cala u' Pipi
- A Cala Fossa
- A Tunnaredda i' S. Antoniu
-A Tunnara u' Tonu

La vera storia del palischermo

In occasione del calatu dellaTonnara del Tono, ossia quandoci si apprestava as immergere in mare, a Ponente il complesso sistema di reti che avrebbe dovuto catturare i tonni, proprio sulla imbarcazione del S. Tommaso, i marinai della tonnara, o tonnaroti, eseguivano il selvaggio ed antico rituale della mattanza, la caratteristica cattura dei tonni eseguita con l'ausilio di grossi arpioni,  (crocchi e 'mpinnajaddini). Lungo oltre 17 metri e largo 4 metri il palischermo S. Tommaso  venne costruito alle soglie del Novecento dal maestro d'ascia milazzese Giovanni Vitale (1852-1939), per poi essere ripostato ossia ristrutturato nel 1937 nel cantiere di mastro Francesco Salmeri (1894-1976).

La mattanza dei tonni.

Le nerborute braccia dei tonnaroti issavano i tonni nell'ultima camera della tonnara, detta cùlica, cioè la camera della morte. La tonnara era una rete immensa, una grande trappola, calata in mare, con diversi ambienti o scomparsi, denominate camere, alle quali pervenivano i malcapitati tonni che erano ivi direzionati, attraverso un ingegnoso sistema impostato dai tonnaroti che la progettavano. Essi, intrappolavano i tonni nell'ultima camera, issando temporaneamente le porte delle camere, vale a dire, le reti che dividevano le camere, di modocchè i tonni restavano confinati all'ultima camere, quella della morte, la culica. Qui i tonnaroti si ponevano a giro col le barche, fra cui il famoso palischermo S. Tommaso.

La costruzione del S. Tommaso.

I mastri d'ascia dovendo costruire barche robuste e che dovevano durare nel tempo, sceglievano la legna migliore, o essenze, che provenivano dagli alberi migliori; essi si servivano del rovere dei boschi di Messina per  costruire le ordinate  (madieri e staminali), legname verosimilmente prelevato a Novara di Sicilia, al pino calabrese per le tavole ed i corsi del fasciame. Per il possente paramezzale sfruttavano il picth pine, mentre per le 2 camere affiancate alla chiglia, si impiegavano interi tronchi lunghi 10 metri ciascuno, di elce, provenienti dai boschi della Calabria.

Il palischermo fu costruito con l'ausilio degli antichi arnesi da carpentiere ancora impiegati alle soglie del novecento, in particolare trapani a mano, grosse seghe manuali, in gergo denominate catìpuli e soprattutto l'ascia a 2 mani ,impiegata per sbozzare le ordinate, a loro volta disegnate con la tecnica del mezzogarbo. Le singole porzioni lignee dello scafo venivano fissate con chiodature di ferro battuto realizzate da fabbri milazzesi ed irrobustite con l'applicazione di perni ribaditi, i quali altro non erano che barre metalliche di 20-30 cmdi lunghezza e 3 di diametro.

L'intero scafo veniva quindi sottoposto all'opera di calafataggio, la quale provedeva l'impiego di stoppa catramata, quest'ultima inserita nei comenti (fessure) del fasciame per mezzo di palelle, arnesi metallici percossi dalla mazzuola del calafato, operaio quest'ultimo alle dipendenze di mastro Giovanni Vitale. Ancora oggi nelle fessure del fasciame è possibile ossrervare diversi resti di stoppa catramata, quella applicata nel corso dell'ultimo intervento di manutenzione che risale al 1960, a cura di fratelli Stefano e Giovanni Provvidenti, esperti mastra d'ascia e calafati milazzesi, noti anche per essere i nipoti  di mastro Giovanni Vitale. La costruzione del palischermo venne ultimata con l'applicazione di pece pennellata a caldo con lanate, strisce di pelle di pecora e/o conigli e con la tipica verniciatura rossastra dei 3 fili di cinte a scopo puramente estetico.

La lenta agonia del palischermo S. Tommaso

1. palamedda, 2. soprasuola, 3.staminali, 4.madieri, 5. bracciolo, 6. pedagni, 7. miolu, 8. catene, 9. paramezzale, 10. cane, 11.stiratu, 12, corsi, 13.corsi, 14, carena - clicca sulla foto per ingrandire

Dopo il 1937, anno della ristrutturazione  a cura del cantiere Salmeri, il S. Tommaso fu sottoposto a diversi interventi di manutenzione ordinaria, attestati dal notevole numero di elementi lignei aggiunti successivamente, le cosiddette calature, ossia i rinforzi curvi affiancati a gran parte degli staminali. Abbandonato dalla fine degli anni sessanta, a seguito della fine della attività della Tonnara del Tono, il palischermo è andato incontro ad un progressivo degrado, che ne ha causato tra l'altro la perdita di banchi o catene dello stiratu, il corrodio laterale entro cui si disponevano, fianco a fianco, i tonnaroti, in occasione della mattanza. Malgrado sia stato sottoposto a vincolo dalla Sovraintendenza ai BB.CC. ed AA. di Messina, non è stato sottoposto ancora ad alcuno intervento di restauro. Simile destino è toccato a tutte le altre imbarcazioni  (4 palischermi) salvatesi  nelle altre 2 tonnare del messinese, la tonnara di Oliveri e quella di S.Giorgio di Gioiosa Marea, tutte costruite nei cantieri di Milazzo di Giovanni Vitale e dei fratelli Stefano e Giovanni Provvidenti che nel 1933 vararono il palischermo caporais S.Rita e S.Giorgio.

Fonti storiche.

Questo brano è ricavato da fonti dei  fratelli Stefano e Giovanni Provvidenti  e dal racconto di don Fano Salmeri (1930-2011), figlio di mastro Francesco e dell'anziano mastro Gianni Chillemi, formatosi nel cantiere di Provvidenti.  Noi di Sito Milazziano ne raccogliamo il prezioso ricordo e lo tramandiamo al web ed al mondo intero perchè non se ne perda il ricordo.

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