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Il lavoro a Milazzo, com'era in passato e ora è sempre?

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Giovani popolani e lavoro, a cura dello storico Giuseppe Piaggia

Con gioia rispolveriamo questo saggio del grande storico milazzese, prof. Giuseppe Piaggia, che riporta dei mestieri dei milazzesi e del lavoro dei giovani apprendisti, fra cui alcuni erano felici di seguire le orme dei padri, inispecie i Vacchereddoti, al contrario dei Burghitani e Casaloti. Perchè da bambini a Vaccarella andavano con gioia in barca ed apprendevano il difficile lavoro dei pescatori. E poi, altra cosa importante, il compare che la notte era stato a pesca, portava alla moglie dell'altro compare che lavorava di giorno,  il pesce fresco che questa gradiva e cucinava: il marito ed i figli ne mangiavano tutti e la famiglia era più contenta ancora!  Del resto a mali estremi, estremi rimedi, per cui valeva il detto: " I conna su duri a supputtari, ma sebbuno a manciari! " (!)

Anche oggi il lavoro manca a Milazzo, forse più di una volta, non per niente lo stemma di Milazzo recita: " SPQM", che significa, appunto, Senza Posto Questi Milazzesi (sic!). Ovviamente stiamo scherzando (significa Senatus Populusque Mylaensis): non dimentichiamoci che "Aquila mari imposita sexto Pompeo Superato", oggi è diventata un gallinaceo spennato! Poveri Milazzesi. Addio agli Eroi!  In pratica Milazzo assunse il simbolo di Roma, una volta che fu sconfitto il pirata Sexto Pompeo e liberati i mari milazzesi.

Con la seconda parte del cap.V (pell'indirizzo dato da'genitori a' figli atti, agli studi e al lavoro) si conclude la pubblicazione dello studio sulle" Usanze e costumi de' Milazzesi dal 1735 al 1830 considerati dall'infanzia alla prima giovinezza" che Piaggia pose in appendice alla parte storica delle "Memorie della città di Milazzo", stampate a Palermo, dalla Tipografia del Giornale di Sicilia, nel 1866.

Ora siamo col basso popolo della città. Calzolai, sarti, muratori, segajuoli, ferrai, panattieri, marinai, pescivenduli, fruttivenduli, ricattieri, bottai, calefati, facchini, manganatori, funajuoli ecc. ecc., subito che i loro figli pervenivano all'età da poter lavorare, servivansi d'alcuno di essi onde fossero ajutati nell'esercizio della propria arte, e gli altri mandavano presso parenti o amici, perché altra arte, altro mestiere apprendessero.

Ognuno cosiffattamente di quegli artigiani, o venditori ecc. aveva appresso di sé di quegli apprendisti. Fossero quei fanciulli e quei giovinetti a faticare in compagnia col padre o presso estraneo istruttore, una era la voce che colpiva le orecchie loro: "travaglia se no ti amrnazzo!, e uguale il rigore che vedevano usato contro di loro quantunque volte non si prestassero rapidamente al fermo imporre de' maestri.

I più nel cuore non sentivano pungolo che gli spronasse nella carriera aperta loro dal padre; i più vi s'iniziavano di forza, e sotto la legge del bastone, è i più subivano in quell'esercizio di arte o mestiere tutte le sevizie, tutte le violenze, tutte le oppressioni che può imporre un tiranno feroce. Ivano al lavoro come bue zoppo, è il maestro gridava, bestemmiava; cominciavano la fatica senza voglia, freddi, borbottanti, e il maestro rinvigoriva le gridà, le bestemmie e aggiungeva le maledizioni; volontariamente o involontariamente, male eseguivano il compito, spezzavano alcun strumento, e alle maggiori grida, bestemmie e maledizioni aggiungeva il maestro lo scagliar loro addosso ciò che si avesse in sul momento per mano, aggiungeva il percuoterli con quello strumento che più vicino gli fusse, aggiungeva il calpestarli sotto a' piedi. Stridevano, contorcevansi sotto a quell'orribile nembo di oppressioni i miserelli; ma reduci a casa non movevan quereia: chè nuovo fulmine gli avrebbe colpiti; e se alcuna cosa facesser nota fra tutte al padre, alla madre, onde provocare la loro collera contro l'cppressore, era appunto quella che il loro maestro in un momento d'ira chiamati li aveva o Vaccariddoti, o Casaloti o Burghitani porcl!

Vuol però giustizia che sia fatta una eccezione e questa per la classe de' marinari. Da piccolini condotti i fanciulli da' genitori sulla barchetta e alla pesca -che in principio per la loro età era un diletto- affezionavansi per mezzo dell'allettamento all'arte patema, ed erano veramente rari quei fanciulli o giovinetti della marineria che ad altre arti si dessero, ad altri mestieri. Seguiva da ciò che la violenza non forzandoli e da tenerissimi abituati a tal natura di vita, di buon grado esercitavano quell'arte stessa, e da ciò seguiva parimente che non solo non erano minacciati, aspreggiatl, malmenati dagli educatori, ma sovente, all'inverso, careggiati si vedevano da loro con tenerezza veramente del cuore.

L'eccezione però che abbiamo dovuto fare de' marinari non implica che gli iniziati a quell'arte debbano essere parimenti considerati eccezionalmente aI proposito della mercede che i teneri e non teneri allievi nati dai basso popolo guadagnavano con le loro fatiche assidue e penose.

Chi di essi otteneva per intero un giorno di lavoro cinquanta centesimi era pur troppo addimandato il fortunato, e il fortunatissimo chi di quei cinquanta undici o dodici potesse intascarne per generosità dei suoi genitori. Tutto l'apparato dell'avvenire presentavasi agli occhi della madre: quattro, tre, due un sol figlio avesse, doveva venire il momento delle spese del matrimonio; doveva la famigliuola ogni mangiare un tozzo di pane, doveva vestirsi. Eccezione fatta soltanto dell'epoca della residenza dell'esercito inglese, scarsissimi erano i lucri che il marito stesso poteva trarre dalla giornata della sua fatica: da ottantacinque centesimi ad una lira.

 La vigile, l'avveduta faceva assegnamento su ciò che intascar poteva per l'opera de' figli ancora in grembo alla famiglia, ed eccola ad obbligarli a porgerle ciò che guadagnavano mediante la loro fatica, appena tornassero a casa  e spesso, anzi spessissimo, a por le mani nella loro tasca onde quella moneta più sollecitamente ghermire. Non era sempre brioso e scherzevole quell'istante di mostre di diffidenza e d'avarizia; ché anzi non di raro risuonavano le scene del teatro di grida e di percosse. Chi aveva faticato per tutto un giorno, e duramente faticato, non poteva vedersi tolto senza rabbia quasi intero il guadagno ncavato coi suoi sudori.

Eppure ci aveva chi sentivansi io condizioni peggiori: erano le fanciulle e le giovinette del basso popolo, le quali tutto il giorno passavano o a filare, o a cucire, o a tessere, o a far calzette e berretti co' ferri, o reti da pesca, o a lavare e sciorinare i lini al sole, senza che dalla loro fatica ricavassero un centesimo. Vero è che di quel continuo lavoro profittava la madre allo scopo di raccogliere il danaro bisognevole un giorno pel matrimonio delle figlie stesse; ma durissimo patto a queste pareva quello di non vedere affatto un segno rappresentativo de' guadagni che loro fruttava la fatica. Elleno non avevan mica le occasioni di notare quel po' di vario che a' maschi offriva il lavorare ben sovente fuori casa: le mura stesse cingevanle sempre, sempre la stessa visione avevano della strada nella quale abitavano, sempre gli stessi viventi le circondavano, le stesse voci ascoltavano sempre, pesantissimamente uniforme era sempre lo svolgimento della loro vita ad ogni volger di giorno.

Eccettuabili soltanto del loro numero quelle le quali o la facevano da fantesche a questo o quell'altro cittadino, ovvero l'arte esercitavano di lavandaje; avvegnaché le prime entrassero in una cerchia dove la monotonia della vita offriva loro minori torture, e le altre, ora alla campagna recandosi ed ora tornando in città, dovessero sentire ancor meno il peso intollerabile solito ingenerarsi dall'uniformità degli atti della vita.

Ma era pur quella stessa una vita a dolci condizioni? Non facil cosa che una fantesca trovasse altri compagni nel servire in quella casa dove prestava l'opera sua; ondeché, risultasse di pochi o di moltissimi membri la famiglia padrona, su lei tutto pesava il pondo del servigio. Ella a servire genitori e figli, a cucinare o ad ajutare nella cucina, a lavar piatti, catini, bicchieri ecc., a tirare acqua dalla cisterna o dal pozza, ad apparecchiare la mensa, a servirla, a scopare le stanze, preparare i letti, spesso a lavare i lini della tavola e i più immondi, e poi a stirarli col ferro, a rimendar calze, ad accompagnar fanciulli alla scuola a comperare vivande, a votare un vaso immondo portandolo per lo più sulle braccia fino alla sponda del mare; ella infine bersaglio di vecchi, di giovani, di fanciulli o per manco di carità, o per abbondar di superbia o per anormale stato di loro salute, stizzosi ora e borbottanti, ora pronti alle minacce, ed ora pronti delle mani e de' piedi al percuotere.

Qual mercede intanto?

Quando una di esse per tutto un giorno di quelle fatiche guadagnava trenta centesimi reputavasi in condizione eccezionalmente fortunata ottenendone la più parte o tredici o quattordici, insieme con un piatto di minestra; e quella sparuta somma ponevano esse nella propria tasca? Alla madre che le condannava a quella durissima, infelicissima vita, alla madre che forse le rendeva vittime de' vizi d'alcun membro della famiglia padrona, sì, alla madre erano esse obbligate porgere intero il centesimo ricavato a patto cotanto amaro. Dura ben anche si era la condizione delle lavandaje: sotto la sferza del sole o sotto l'imperversare della procella, inginocchiate, le braccia e le gambe nell'acqua, elleno sentivano doloroso il non poter porre nella propria scarsella un centesimo; ma un confronto tra esse e le fantesche fa chiaro quanto delle ultime più penosi e più  odiosi fossero i patti dell'esistenza.

E ora perché siamo per dire delle occupazioni dei fanciulli e giovinetti della campagna già atti alla fatica, fa mestieri che sia tenuta, con anticipazione, parola delle occasioni che offrivansi a tutti i nostri contadini d'impiegare le braccia loro. L'angusto territorio di Milazzo, propriamente detto, circoscritto entro i limiti da noi segnati nel Libro II della Parte Prima, abbracciava ai giorni di cui parliamo molti beni rurali di molti e diversi padroni: la suddivisione della proprietà era in tal modo esagerata che il podere più grande non toccava le salme 40 (ha 69, a 85, ca 03). Ciascuno di essi poderucci -fatte pochissime eccezioni- conteneva un angusto casolare, che il padrone destinava gratuitamente all'uso del colono; il quale d'ordinario altri obblighi non aveva che di custodire il fondo e dare, a preferenza, l'opera sua al danaro del suo padrone anziche a quello di persona che contemporaneamente gliene richiedesse. Coperte la più parte delle terre di vigne e di oliveti, i coloni avevano tanto poche occasioni di faticare ne' fondi che custodivano, che sovente in cerca d'un pane si strascinavano fuori del territorio milazzese. De' caprai, pecorai, bovari non possiamo formare una eccezione, dacché questi ultimi non erano proprietari o custodi di armenti. Eglino avevan quattro o poco più bovi, e questi stessi per lo più non di loro proprietà libera: onde che i più di essi trattavano la zappa egualmente che ogni altro contadino. De' caprai e pecorai era poi sì stremo il numero che superflua sarebbe ogni nostra parola sul conto loro. Ristretti cosi nel cuore dalla stessa materiale angustezza del poderuccio, erano solleciti quegli uomini di allargare nel modo possibile la sfera de' guadagni con altri mezzi che non fosser quelli che offriva esclusivamente il braccio.

Ma quali difficoltà non facevano loro la guerra? Il contratto di fitto a gabellazione era quasi estraneo nel territorio. Poco in uso la colonia perpetua, le cui condizioni erano varie, e di esse le più comuni quelle così dette agni cinque due, secondo le quali il prodotto dividevasi in cinque parti uguali: tre al padrone, due al colono. Il contratto più comunemente in uso era quello in forza del quale il padrone del predio somministrando le sementi, consentiva che in una determinata quantità di vigna od oliveto fossero seminati fagiuoli, o fave, o lupini od altro, e raccolto iI frutto e rimborsato della spesa per le sementi, gli fosse data una metà franca e netta della produzione.

Se poi nel podere si trovasse un giardinetto, qui il colono impiegando la sua mano d'opera, ordinariamente traeva la quarta parte delle frutta; era però consuetudine che il padrone gli concedesse seminarvi lino, o cavoli od altro, senza chiedergli verun compenso. Il padrone del podere comprava talvolta uno, o due o più vitelli di tenera età, e affidavali per ingrassarli al colono. Costui, recati che li avesse al grado pattuito, portavali a vendita, e li restituiva al padrone la somma erogata per la compra di quegli animali, e davagli in oltre una metà netta del guadagno. D'altra natura il contratto per l'ingrassamento de' porci. Nella stagione delle vendemmie il padrone sborsava al colono lire otto circa; e questi volto un anno e venduto l'animale, rendeva quella somma col dippiù di lire quattro di frutti. Se il padrone comperava un'asina al colono per averne seguaci, la somma ricavata dalla vendita di quest'ultimi era divisa tra le due parti in pari porzioni; e lo stesso costume pel negozio di cavalle.

Era tutto il campo che si potesse offrire alle spettanze de' contadini del nostro territorio. Sappiano adesso i nostri lettori qual mercede eglino ricavavano da chi gli adibisse a prestargli la loro opera, fatta eccezione soltanto dei breve tempo in cui risedettero nella città le truppe inglesi. Facendola da caricatori a scaricatori nelle vendemmie, o impalando le viti, per un giorn di fatica non lucravano più di centesimi sessantatre; pigiando le uve sotto al torchio non più di centesimi ottantaquattro; facendo ogni guisa di zappatura, di scalzamento, di scavamento di gore, d'impianto al alberi o di viti o di potagione, non più di centesimi novantacinque; rimondando olivi od altri alberi d'alto fusto non più di lira una e centesimi sei; tal che pareva loro propizia fortuna quando si vedevano chiamati a servire ne' trappeti, potendo colà d'un giorno di fatica ricavare più larga mercede.

 Chi serviva quivi da ajutante, intascava centesimi ventuno per ogni macina di olive; che da fornellaro, oltre a quei centesimi ventuno, guadagnava la quarta parte d'un cafiso (Lit. 10. 7, 46) d'olio per ogni trentasei macine; chi o da puntiere, a da conzaro a da macinatore, oltre a' centesimi ventuno, fruiva d'una quarta parte di tutto l'olio impuro che andava a risedere nel così detto inferno. Frèmere, gridare doveva dunque di forza la povertà entro i negriti tuguri del proletariato più miserando; doveva a bocca spalancata tentar di stendere il dente la dove vedesse possibile il guadaguo d'un tozzo di pane?

L'alba non diradava ancora tutte le tenebre della notte, e commisti agli sbadigli si ascoltavano le iterate minacce de' capi delle famiglie incalzanti i figli a destarsi. Ma la più parte di questi, lassi dalla fatica del giorno precedente, profondamente ancora dormivano o ne facevano le mostre. "Andate, maledetti, alla fatica, se no grazia di Dio non ne assaporerete!" Il silenzio de' figli però continuava; né e1a spesso che quei miseri il sole salutassero prima che le percosse facessero echeggiare di pianto Ia chiusa casetta.

Ci è a dire di più. Se una di quei fanciulli manifestasse di sentirsi infermo, un rimprovero risuonava tra quelle mura: quella essere una finta malattia a risparmio di travaglio, il pane correr meglio e qualche altro cibo, le considerazioni e le carezze. Non freme d'orrore l'umanità udendo che tra le scene di cotal sorta di vita si vedesse il padre calcare sotto a' piedi il figliuoletto bersagliato dal male di quartana perché non correva alla fatica?

"Travaglia, bestia pigra" era l'esclamazione, e il piede e la mano dello snaturato accompagnavano dell'atto il crudelissimo comando. Ci dispensa il fin qui detto dall'esporre altri particolari dell'odioso subbietto.

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