Dei fatti Milazzesi

LE SCUSE DI GARIBALDI

- tratto dal libro "Dicerie" per gentile concessione del prof. Carlo Catanzaro

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Nel 1961, ricorrendo il centenario dell'unità d’l'Italia, l'Onorevole Santi Recupero diede alle stampe per I'Editoriale Opere Nuove "La Città di Milazzo nel Risorgimento Italiano". L'autore, uomo di grande temperamento e alta idealità, oltre a tracciare nel suo libro un "Itinerario storico" di fatti e Personaggi locali dal1847 al  1918,espose nel medesimo con grande passione," pro veritate et iustitia", i risultati di "lunghe e impegnative indagini" puntigliosamente svolte "sulla fondatezza di alcune pubblicazioni, responsabili e non responsabili, ... portanti negazioni offensive per la Sicilia e particolari attacchi alla citta di Milazzo" in occasione dell'assedio del Castello da parte delle truppe garibaldine. I milazzesi, in alcune di queste pubblicazioni, erano stati, infatti, accusati di aver accolto male le camicie rosse, tanto che "le scempiaggini di qualche bello spirito arrivarono al punto di insinuare che liquidi incandescenti fossero stati gettati addosso ai garibaldini dalle case cittadine". "Cosa grottesca in se stessa e impossibile a concepirsi perché la pacifica cittadinanza milazzese si era allontanata dalla città" temendo la prossima e cruenta battaglia. Come poi scrisse nel "Messaggero" Giuseppe Bandi, protagonista e testimone oculare dei fatti del 20 luglio 1860 ,la verità fu che "...entra in Milazzo, dietro i volontari, villani avidi di preda i quali additavano ai nuovi amici i vasti magazzi ripieni zeppi di botti di vino e di barili di salati", sicché "per tutta la notte fu una vera gazzarra, rumoreggiando la gente brilla per le case vuote di abitanti". Di questi "villani avidi di preda" Garibaldi l'indomani della battaglia del 20 luglio ne fece arrestare sessanta, consegnatigli personalmente dal Bandi. Il Generale li condannò alla fucilazione "perché avevano disonorato la rivoluzione; poi fece loro la grazia della vita; e Sirtori, il rigido Sirtori, li prese in sua guardia". Il Recupero nel ristabilire la verità storica sull'accoglienza avuta dai garibaldini, cercò in ogni modo di verificare l'attendibilità di una diceria circolata per lungo tempo in paese in merito alle formali scuse che il Condottiero dei Mille avrebbe presentato all'esponente di una antica famiglia milazzese i cui magazzini, da presso alla Chiesa di S. Maria Maggiore, sarebbero stati saccheggiati da alcuni di quei predoni condannati alla fucilazione e poi graziati.

Risultati immagini per mattanza tonni milazziI più anziani membri dell'antica famiglia, nati sul finire dell'800 e ancora viventi al tempo delle indagini dell'Onorevole, erano tutte donne e, per innata riservatezza e perché contrarie per loro severa educazione a raccontare ad estranei vicende familiari, pur se insistentemente sollecitate, non vollero riferire alcunché di quanto erano venuti a sapere sull'episodio delle presunte scuse di Garibaldi. Il racconto di queste scuse, come loro pervenuto dai genitori e dai nonni, lo fecero più tardi, riservatamente, ad alcuni nipoti, dopo la pubblicazione del libro del Recupero e giustificarono anche la loro ritrosia a parlare di quelle scuse per lo stravagante e inspiegabile epilogo che l'episodio aveva avuto.  Secondo la diceria familiare riferita dalle anziane esponenti della famiglia i fatti si sarebbero svolti pressappoco in questi termini. Don Andrea, liberale di indiscussa fede rivoluzionaria e autorevole esponente della "fratellanza" che annoverava tra i suoi membri lo stesso Garibaldi, a sentire del saccheggio subito non mancò di esternare la sua irritazione, non tanto per quel che gli era stato sottratto – che dopotutto era assai poca cosa - quanto per la mancanza di rispetto inopinatamente consumata verso la sua persona e i suoi beni, proprio dai seguaci di un uomo di comune "fede" com'era il Condottiero dei Mille. Non si sa come di questo disappunto del gentiluomo milazzese sia stato informato anche lo stesso Garibaldi, il quale, impegnato in cose ben più importanti, non si recò personalmente dall'offeso a porgere le sue scuse per l’increscioso episodio, ma vi mandò il suo attendente Sirtori. 

Stampa Antica della Battaglia di MilazzoIl colonnello Sirtori fu ricevuto con grande cortesia e onorata accoglienza. Don Andrea, quasi commosso dall'inaspettato segno di considerazione, minimizzò su quanto gli era stato sottratto, esternando invece la sua più profonda gratitudine per la visita ricevuta e sottolineando la sua immensa stima e devozione per il "fratello" Garibaldi al quale si premurò di far pervenire i più vivi complimenti per il glorioso esito della recente battaglia. - Oltre i magazzini presso la Chiesa di Santa Maria Maggiore aveva la famiglia, in via Scopari, altro magazzino seminterrato e non di grandi dimensioni, che conteneva le provviste familiari più pregiate, con vino vecchio della Manica, balice, ventresche,bottarga di tonno e alalunga. Don Andrea nel congedare il gradito ospite indicò allo stesso Sirtori la precisa ubicazione del piccolo magazzino e volle a tutti i costi che ne accettasse il contenuto e la chiave. La sera per gli ufficiali garibaldini con tutto quel ben di Dio fu un banchetto memorabile. - Quando il giorno dopo il compitissimo e austero Sirtori si presentò per ringraziare e consegnare la chiave del magazzino, Don Andrea lo pregò di conservarla per ricordo e mandò al Generale un grande cesto di profumatissimi gelsomini. Da dove gli venne questa spropositata idea del cesto di gelsomini non si poté capire, né fu mai saputo cosa disse Garibaldi nel vedersi arrivare questo insolito e un po'strambo regalo. Nella famiglia del gentiluomo milazzese restò per sempre l'espressione "come i gelsomini di Don Andrea" per dire di un gesto stravagante e spropositato che non ci azzecca un bel niente.

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