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"Sul portentoso evento dello storico Aprile 1798"

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I documenti del fatto "portentoso" del nostro Crocefisso "vivo" di S. Papino che ha lacrimato, nonostante alcuni neghino l'evento miracoloso, leggendo questi documenti storici, potrete capire che "realmente" il Cristo ha lacrimato, essendo stato portato in processione per una siccità che aveva colpito le campagne di Milazzo. All'epoca, ancora, la gente si rivolgeva al Signore nelle calamità, così come avevano già fatto nel 1600 per il flagello delle cavallette nelle campagne di Milazzo...

 

 "La naturale calamità" e "la secolare fede"

Il 1798 si apre per Milazzo sotto i peggiori auspici. L'ultima lieve pioggia era caduta in prossimità del Natale ed a marzo "il popolo era sgomento per l'incombente flagello, per i pozzi inariditi, per le coltivazioni minacciate".

E poiché con il persistere della siccità cresce la paura della "ricorrente e calamitosa carestia", "coralmente" le autorità cittadine decidono di "solennizzare", nella Chiesa del Carmine e nei giorni dal 30 marzo al 1° aprile, un triduo per chiedere l'intercessione del Santo Profeta Elia , anche con una "general processione di penitenza".

"Malgrado l'intorbidimento del cielo e venti propiziatori", manca la "pioggia tanto sospirata" e "l'aere riprese la pristina serenità". Pertanto, "nacque in tutti il sentimento di rivolgere le pubbliche preghiere direttamente all'Altissimo", con un secondo triduo in S. Papino, preparatorio alla processione dell'"adorabil Simulacro di Nostro Signore Crocifisso", così come era già stato fatto all'inizio del secolo ed in quello passato. L'11 aprile, "dopo pranzo", non appena la sacra effige viene rimossa dall'altare e posta sulla vara "alla pubblica venerazione", "comparve subito il prodigio di improvviso turbamento dell'aere" cui fa seguito una pioggia "placida ed abbondante (...) in guisa tale che la maggior parte del popolo bisognò restare in detta Chiesa, fintantoché vi fu qualche bonaccia".

Malgrado fosse venuto meno il motivo della programmata celebrazione religiosa, si decide, tuttavia, a completamento del triduo, di "celebrarsi una tenera e devota processione di penitenza coli'accompagnamento di tutto il popolo".

Liturgia che viene fissata per il successivo 13 aprile. In quel primo pomeriggio "si condusse processionalmente il SS. Simulacro avente a'piedi tutte le insigni reliquie delli Santi Protettori della Città".

Portato a spalla dalla "Gioventù Nobile", il Crocefisso, coperto da un alto baldacchino di velluto color cremisi, è scortato da ufficiali militari e da nobili in armi ed in alta uniforme. Al suo seguito, tutte le autorità ed i religiosi del tempo.

Con "l'Illustrissimo Magistrato", il Sindaco, il Governatore Militare, il Regio Segreto, il Regio Castellano, il Regio Proconservatore, il Capitano di Giustizia. La processione penitenziale di ringraziamento si snoda solenne "con grande quantità di popolo" seguendo il secolare "percorso storico": "largo di S. Caterina" (odierna piazza Roma), "strada Reale" (via Umberto I), "largo e via della Pietà" (piazza Mazzini e via D. Piraino), "piano del Carmine" e la "strada di S. Giacomo".

"Sul piano del Molo", superata di poco la Chiesa di S. Giacomo, un'improvvisa "minuta e continuata pioggia che miracolosamente mandò il Sommo Iddio" costringe ad interrompere "l'accompagnamento" ed a "ricoverare" il Crocefisso nella vicina "Parrocchiale Chiesa" dove rimane custodito per tre giorni.

Nel "dopo pranzo" del 15 aprile (Domenica in Albis) si muove, pertanto, una seconda solenne processione per riportare — "con numeroso concorso di tutto il popolo" — "il detto SS. Crocifisso nella sua chiesa". Collocata la vara al centro dell'antica Chiesa dei PP . Riformati, alla predica "fatta al popolo" dal Sac. Don Vincenzo Galletti "si resero a Dio le grazie" con la benedizione eucaristica ed il canto del Te Deum.

"Christus lacrimatus est"

 Mentre alle "ore 23 e minuti dieci" — secondo il computo orario del tempo un'ora prima del crepuscolo — i fedeli si apprestano a lasciare la Chiesa spartendosi devozionalmente in piccoli pezzile candele di cera poste sulla vara, il Regio Proconservatore (il primo ad avere percezione dell'evento miracoloso) Don Francesco Catanzaro Muscianisi si rivolge ai presenti con voce stentorea:

"Figliuoli, questo Cristo piange"!

Superati i primi momenti di concitazione e sorpresa, il Sac. Saverio Basile sale sulla "bara" con un lume acceso che accosta al viso del Crocefisso e "vide che effettivamente l'occhio destro era pieno dilacrime".

Padre Serafino Mora lo segue sulla vara e tocca per primo le lacrime con l'indice della mano destra.

I fedeli presenti in chiesa e quelli ben più numerosi richiamati dallo spiazzo antistante ("centinaia di persone vi stazionavano") tra i pianti ed "il generale sgomento" gridano coralmente:

"Misericordia, Iddio piange".

Mentre un terzo Sacerdote, Padre Francesco Pensabene, portatosi sulla vara raccoglie con un dito un'altra lacrima, rientrano in chiesa l'Arciprete ed altri cittadini ed autorità allontanatisi al termine della funzione religiosa.

 Mons. Pietro Pellegrino, con una "bombace" recatogli dall'attiguo convento, asciuga la parte bagnata dell'occhio destro.

Un lacrima che cade oltre il femorale dal simulacro è raccolta dal Sac. Giuseppe Filocamo.

I sacerdoti Ignazio D'Amico ed Antonino Barbera si avvicendano sulla "bara" per osservare "il fenomeno miracoloso".

 Li segue l'Abbate Don Filippo La Rocca, Vicario Foraneo, "per vedere se vi era un qualche buco o segno che avesse indicato una qualche pratticata opera per introdursi dell'acqua" e, quindi, esclude "il minimo sospetto di causa accidentale o procurata".

Mentre si cerca di placare "le urla ed i pianti di sgomento di buona parte del popolo", il Capitano di Giustizia, "l'Illustrissimo Magistrato" ed il Sindaco sono concordi con l'Arciprete Pellegrino che "si proceda all'ufficiale verifica".

Portatisi alternativamente all'altezza del volto del Cristo, lo si esamina, si scruta e si toccano le parti superiori e posteriori del capo, riscontrato del tutto asciutto, integro e pieno di polvere "sedimentata dai decenni". Con "circospezione" si indaga persino sulla corona di spine. "Si vidde chiaramente che non vi potea essere frode alcuna".

Frattanto, l'occhio destro torna ad essere "tumido d'acque umore", ed il viso nuovamente bagnato "nella guancia destra". Don Paolo Chillemi, inginocchiato ai piedi della statua, trae dalla tasca un fazzoletto dilino bianco, si porta su di una sedia ed asciuga, con le lacrime che sono sopra e sotto il femorale, "una goccia della lacrima per cadere".

Tutti i più vicini osservatori accertano sull'antico legno della sacra scultura uno "striscio dilacrime" sul viso, sul costato e sulla cintura. L'occhio destro socchiuso "fu  veduto quasi aperto con la pupilla intieramente turgida e bagnata la parte per dove le lacrime avevano scolato". Ed anche giorni dopo sarebbero state constatate presenti "le macchie sulla palpebra inferiore e sulla mascella che segnavano la lacrimazione". "Caratteri che non vi erano pria del giorno 15 Aprile".

Fatta sgomberare la Chiesa dai fedeli (si era già "oltre un'ora di notte", un'ora dopo il crepuscolo), un "conciliabolo" tra l'Arciprete e le autorità civili, militari e religiose prende atto della "causa naturale del miracolo" e si decide di stendere regolare "Processo".

"Questo è un fatto che io lo predicherò per tutto il Mondo, ovunque andrò — tale la testuale e stupefatta affermazione di Capitan Nicolò Salvo, di Nazione Spagnola, presente al "portento" con altri due Padroni di bastimenti — giacché io vidi positivamente lagrimare!" Dopo il riconoscimento ufficiale della "lacrimazione", sull'antico architrave della porta maggiore della Chiesa fu posta, "ad universale memoria", una piccola lapide marmorea con epigrafe in latino.

Nei radicalilavori di restauro ultimati nel 1934 il testo fu riprodotto alla sommità del nuovo portale e la lapide settecentesca trovò diversa collocazione all'interno del tempio, in prossimità dell'ingresso sotto la cantoria. "Lacrime d'amore" - I "segni" del miracolo Parte del batuffolo di cotone idrofilo (il "bombace") con cui Mons. Pietro Pellegrino aveva "asciuttato" alcune lacrime fu donata al Sacerdote palermitano Don Marco Antonio Vico Ricca che fu protagonista e testimone del "celesteprodigio" avvenuto quella stessa sera in casa Lo Miglio. Episodio meglio descritto nell'ultimo capitolo.

Il fazzoletto dilino di Don Paolo Chillemi fu diviso in due parti tra i Padri del Convento di S. Papino ed il Chillemi. Questa seconda parte, rimasta per volontà del padre alla figlia Marianna, monaca Benedettina, fu trasferita dalla stessa all'Arciprete Mons. Stefano Martineo (circa 1893). Ignota la destinazione successiva alla morte di questi, avvenuta nel 1907.

La prima metà del fazzoletto fu consegnata nel 1888 dal P. Guardiano francescano del tempo al Sac. P. Pietro Manilio, chiamato a reggere la Chiesa di S. Papino — subentrando ai Frati allontanati dalle leggi eversive — per incarico del Comune, nuovo proprietario degli immobili religiosi. Morto Padre Marnilo, restò depositato per qualche decennio presso l'archivio del Comune di Milazzo.

Nel 1922 "il sacro lino" fu trasferito dall'allora Segretario comunale Cav. Francesco Lo Duca al nuovo Superiore del Convento di S. Papino, tornato ai Frati Minori, Padre Teofilo Conti. Ed è, questo piccolo venerato tessuto, quello in atto custodito in una teca dai Padri Minori Francescani di Milazzo.

 

"Consulto fatto del Rev.mo Canonico Don Pietro Pellegrino Arciprete di questa sempre fidelissima e leale Città di Milazzo a sua Ecc. Rev.ma Mons. Arcivescovo della Città di Messina sotto li 23 Giugno 1798"

Ecc.mo Rev.mo Sig.re Signore In ubbidienza all'indossatomi comando vengo di acchiudere all'è.V. Rev.ma le carte da lei richieste intorno al sorprendente avvenimento delle lagrime vedute scorrere dall'occhio destro di una Sacra Immagine del Redentore Crocifisso, che si venera in questa Chiesa di S. Papino dei RR.PP.  Riformati con riferirle nel tempo stesso quello che in tale circostanza è caduto sotto gli occhi miei unitamente ad un preciso ragguaglio delle cose accadute prima del suddetto portento di quanto erassi già qui praticato.

Contavansi quasi tre mesi, dacché Dio sospesa avea la pioggia a questa Città e sue campagne, le quali erano in sì misero stato ridotte, che non pur ci toglievano la speranza di somministrare le produzioni destinate al sostentamento della vita, ma davano anche a temere che le stesse piante seccassero.

In così fatta universal calamità fummo d'accordo io ed il Magistrato con tutti insieme gli altri Capi doversi ricorrere all'intercessione del Santo Profeta Elia, e si stabilì di sollennizzarsi un triduo nella Chiesa dei PP. Carmelitani, al quale di die compimento con una generale processione di penitenza.

In questo frattempo s'avanzavano delle nubi di maniera dense che promettevano di momento in momento di volere scendere sulla terra disciolte in pioggia. Si vedevano di quando in quando cadere dal cielo alcune stille di acqua, ma indi in un tratto si scatenavano dei venti, i quali, dissipando le nuvole, facevano venir meno la pioggia tanto sospirata.

Questa alternativa è durata parecchio giorni, finché poilascia le comuni aspettative totalmente deluse, quando l'aere ripigliava la pristina serenità. Questa fu la causa di una maggiore afflizione che si sparse sopra tutto il popolo e che fece nascere i n tutti il sentimento di rivolgersi (con nuove preghiere) direttamente all'Altissimo e di celebrarsi un secondo triduo nell'anzidetta Chiesa di S. Papino con essere portato l'ultimo giorno i n processione l'adorabile simulacro di nostro Signore Crocifisso, che erasi benignato sempre di accordare la desiata pioggia, ogni volta che i nostri Padri avevano invocato il dilui soccorso i n altri casi di estrema siccità.

Si delibera duque darsi cominciamento in detta Chiesa il dì 11 April e dopo al pranzo, i n cuila serenità era nella sua maggiore costanza. Si è dovuta i n questa occasione staccare dall'altare la sacra effige per essere allogata in una base dilegno onde, dopo il restare in detta Chiesa con intorno le pi ù insigni reliquie, che qui si venerano, nell'ultimo giorno del triduo si conducesse i n giro processionalmente per la Chiesa.

 Appena fu rimosso dal sacro parete comparve subito il prodigio con essersi turbato l'aere e come si die principio alle sacre funzioni, cominciò a tuonare il Cielo, venne la pioggia, la quale cadde placida ed abbondante per molti giorni. Ottenutasi quindila grazia dell'acqua pareva essere cessato il motivo di più farsila processione nell'ultimo giorno del triduo.

Prevalse nondimeno l'opinione.... garentita dalla maggior parte della popolazione, al di cui voto ben volentieri io mi prestai. Venuto dunque il 13 Aprile, giorno di venerdì, si dispose una tenera e divota processione coll'accompagnamento di tutto il popolo. Ma quando essa era in giro, sopravvenne una minuta pioggia prima di una copiosa e dirotta, onde giudicossi non procedere innanzi, e di ritirare l'Immagine nella vicina Chiesa di S. Giacomo, dove stiede conservata con molta divozione fino a domenica 15 Aprile.

Questo fu l'appunto il dì memorabile delle lagrime vedute uscire dall'occhio destro di sì venerando Simulacro. Eccone la serie del fatto. Venne in prima trasportato dalla Filiale di S. Giacomo nella sua Chiesa di S. Papino il dopo pranzo di detto giorno con ugual solenne processione, e colla stessa folla di gente, onde il Venerd ì precedente era stato accompagnato, ed ivi fatta al popolo una predica, si resero a dirle azioni di grazie col canto del Te Deum.

Terminati questi atti di religione, io i n compagnia di alcuni Preti mi era già incamminato per ritirarmi i n casa. Frattanto vengono con fretta a raggiungermi nel piano del Molo il regio Segreto Barone D. Giovan Battista Lucifero con altre persone circospette, le quali ripiene di stupore mi narrano che la sacra Immagine versava lacrime dall'occhio destro, e che essi, e tantissimi altri erano stati testimoni oculari di questo prodigio. La forza del lor parlare ed il tremore, onde li vidi assalati, fecero che io mi deliberassi di ritornare insieme con loro alla d a Chiesa e nello istante medesimo mandai a chiamare i Capi della Città per assistere meco nella osservazione che doveasi fare.

Verso le ore 23 e tre quarti giunto a poca distanza del Convento di suddetti P.P. Riformati odo i gemiti e le voci che si alzavano al Cielo da uomini e donne abbandonate ad un intenso duolo, e fra l'indistinta moltitudine, che occupava quell'esteso piano, scorgo innocenti fanciulli prostrati al suolo, i quali piangendo a singhiozzi invocavano il Santo Nome di Dio col tenero nome di Padre, di che ne rimasi altamente commosso. Proseguendo più oltre mi incontro felicemente col Sig. Depui Cap.no Comand. del Corpo Reale di Artiglieria; uomo di spirito e di criterio.

Gli chiedo subito se erasi trovato presente al divulgatosi prodigio delle lacrime, e a dirmi ancora qual giudizio ne avesse formato. Con una specie di smarrimento, che ben gli sileggeva in volto mi rispose così:

Sig.r Arciprete l'ho veduto cogl'occhi miei, non vi è dubbio che il Cristo trasuda; come ciò sia non saprei dirglielo.

Appena divisomi da costui m'imbatto nel Sig. D. Francesco Catanzaro Regio Proconservatore, soggetto anch'egli di testa ben montato e di fino discernimento dotato: come quello che era stato il primo ad osservare il portento, ebbe a grado di farmene u n circonstanziato racconto ed all'aspetto turbato e dal dilui fasellar tremoso feci concetto che da non lieve sbigottimento era stato internamente compreso. Invitato dalle reiterate premure dei circostanti ad entrare in Chiesa, mi diriggo a quella volta, ma che? al primo giungere avantila porta maggiore, mi si offre una scena la più lugubre insieme e la più commovente. Veggo una calca di gente, che ridondava, e urtavasi.

Sento ferirmil'orecchio dalle confuse lamentevoli grida, e dallo strepitoso tempestar dei fragelli, coi quali non pochi colà dentro batté - vasi. A questa vista, mi arresto, e ricuso di rientrarvi, dichiaro che l'avrei fatto al momento che la Chiesa fosse divenuta sgombra da tanta affollatasi moltitudine. Già l'aria cominciava ad imbrunire, e considerando che non era ben fatto di più lasciare i n balìa di quel sacro entusiasmo ed i n tempo di notte una parte non  indifferente della popolazione d'ambo i sessi iv i raccoltasi, e di mano i n mano resa pi ù numerosa dalla gente che vi accorreva dalle diverse contrade della Città; mi appiglio tosto all'espediente d'incaricare il Rev. Sac.te D. Francesco Lo Miglio, che opportunamente stavami a' fianchi, affinché fattosilargo, e penetrando nell'interno della Chiesa i n nome mio esortasse tutti a volerne sortir fuori con farne alla fine serrar le porte, mentre io mi sarei intromesso per quella secreta del giardino, all'arrivo di tutti i membri componenti il Magistrato. Do' l'istesso incarico ad un'altro Ecclesiastico onde con breve sermone insinuasse a coloro che occupavano il piano di ritirarsi alla loro rispettiva Casa.

 Con piacere ammiraila docilità del popolo, che all'istante ubbidendo all'esortazione mia per organo di due adibiti Ecclesiastici, cominciò a sfilare evacuando il d.o piano e la Chiesa. Poco dopo avvisato dell'arrivo e dell'ingresso fatto dal Magistrato per il Portone da battere, mi introduco anch'io per quello del Giardino. Alla presenza dell'intiero Magistrato, di alcuni Sacerdoti; e di altre qualificate persone chiamo il Rev. Sac. D. Francesco Pensabene abile e meccanico, e lo fo' salir sullo zoccolo, dove stavasi inalberato il Crocifisso, all'oggetto di così praticare le pi ù esatte diligenze a norma delle istruzioni, che preventivamente in secreto gli avevo comunicate. Colla guida di una torcia alla mano, e col favor di altrilumi all'intorno, sulle prime riconobbe la striscia, o sia solco lasciatovi dalle lacrime che prima eransi vedute grondare. Osservò che ancora scorrevasileggiermente bagnata la guancia,  il Costato ed il femorale.

Applicatovi sopra il dito minimo riportò inumidita l'estremità di esso che mostrò a tutti gli astanti. Indi passò a visitare in tutte le sue partila costruttura del Capo, che trovò ben compatto, senza verun forame, o lineamento anche superficiale e sottile. Non pago di tanto fò avvicinare allo Zoccolo un tavolino, e salendovi sopra vo' meglio assicurarmene da per me stesso.

In rimirando da viso a viso mi sembra di vedere bagnato il ciglio e la palpebra superiore dell'occhio destro, ma tasteggiandovi sopra col dito, rilievo che il color della vernice al contraposto lume imponeva alla vista, esaggerando, e facendo comparire più caricato ciò che mi persuasi essere vestigio ancor molle di un nero umore acqueo su quelle parti stabilitosi, e che già era vicino a dileguarsi. I n comprova di ciò astergendo il ciglio e la palpebra con un poco di bambace, che feci recarmi vedo tosto seccato e dissipato il cennato prestigio, o sia tenue inumidito velo, locchè non sarebbe avvenuto poi quando il rid.o molle vestigio fosse stato senza realità; o mera illusione della vernice o del lume.

 In ripassando colla mano la superficie del divisato ciglio e palpebra non solo, ma puranco quella della piaga del costato e della ferita cintum del femorale provo al tatto una specie di viscosità, e ne attribuisco la cagione all'umidità ivi vedutasi, la quale pot è cosi stemperar le parti glutinose mischiate nella composizione di d.a vernice. Riconosco nella guancia due solchi, e non dubito di essere fresche orme delle lacrime, che poch'anzi si erano vedute stillare. Con occhio critico passo indi ad esplorare da tutti ilati il meccanismo del Capo, e dopo le pi ù accurate indagini mi è duopo confessare che né per mezzo antefatto, né per accidental combinazione poteva giammai intromettersi in quell'interno senza mea; non già vuoto, ma tutto solido e massiccio, e molto meno farsi strada e comunicarsi al di fuoril'umor aqueo, che formata avea già nell'occhio destro la meravigliosa constatata lacrimazione. Aggiungasi all'anzidetto che la parte superiore della Testa fu da me ravvisata per ogni dove aspersa di polvere e di polvere antica. Vidil'ugual polvere nei forami che formano i due spiragli delle narici, e come l'osservai parimenti nelle due simili cavità d'ambi gli occhi. Tutti questi mentovati forami non oltrepassano la lirene lunghezza del terzo d'un dito. Quindi feci argomento, che la detta polvere di cui era sparsa l'interna  cavità dell'occhio destro essendo di color bianchiccio, al riverbero del lume sulla circonferenza di d.o occhio bagnato dalle lacrime formatosi, avea fatto comparire al naturale l'interno albume di esso turgido e tralucente a consonanza della costante asserzione dei testimoni oculari. Da questo momento io restai persuaso dell'importanza dell'occorso.

 Se nei Grandi tutto è da valutarsi grande sino alle minuzie, qual gran peso è da darsi ad una lacrimazione stabilmente sedutasi i n un Simulacro dell'Autore stesso della Natura, e garentita dall'unanime giurata testimonianza di sè diverse persone imparziali e niente sospette per varietà d'indole, di talenti, di età e di professione? Di persone tali, insomma, cuil'uomo ragionevole non pu ò non arrendersi col diloro assenze quando non si volesse togliere dal mondo il sano criterio della fede umana col più stravagante Pirronismo.?

Per ultimo dubitando che l'indomani all'aprirsila porta della Chiesa, il popolo tumultuante intorno all'esposto Crocifìsso lo avesse potuto disfogare per un eccesso di pietà, raccomandai a quei R.R. Padri di farlo di nuovo riporre nel primiero sito sull'Altare, presi congedo dal Magistrato, e mi sono ritirato a casa.

Non si può in vero comprendere perché talvolta il benigno Signore si degni operare dei miracoli, ed accordar dei benefìci più tosto per mezzo di qualche Immagine, che per un'altra. Tuttavia non pare fuor di proposito l'opinare che Iddio voglia così glorificare i servi suoi, qualora dalle lor manile sacre Immagini sieno state officiate, se può aver luogo questa pia riflessione, io osservo la gloria di chi ha fatto questo Simulacro nei divini prodigi operati per lui. Egli è stato lavoro del Ven. F . Humile Religioso Laico dei R. P.P. Minori Osservanti Riformati, detto nel secolo Giovan Francesco Pintorno.

La vista e miracoli di q.o vero Servo di Dio trovansi distesamente rapportati nel secondo del Paradiso Serafico del Regno di Sicilia dell'Edizione di Palermo. Si fa conto, che scolpito avesse i n legno da trentatr è Immagini del Crocifìsso, le quali tutte operano dei prodigi, e tenute sono in gran venerazione dai popoli. Fu altresì l'autore del Celebratissimo Ecce Homo, che si venera nel Convento di Calvaruso.

Questo fervidissimo amante di Gesù Crocifìsso aveva i n costume i n tutte le Statue che egli scolpiva, piantarvi una spina pungentissima in guisa che andasse a trapassar il ciglio sinistro, e solea anche tirarvi nei piedi e nelle mani alcune lividure rappresentati quelle che v i impressero i spietati Giudei funi, allorquando avvinsero e trascinarono le membra Sacratissime del Divi n Redentore, sotto la figura che ritratta i n rame al naturale dopo la sua morte accaduta in Palermo nel 1639.

Leggesila seguente iscrizione che mi giova qui rapportare: "Devotis F . Humilis Pintornus a Petralia Laicus ac sculptor esimius, Passionis Domini ardentissimus qui pane tantum ed aqua nesci solebat tempora quo Christi Immagines delineabat non sine lacrimis et compunitione. Obiit Panormi in Convento S. Antoni die 9 February, anno 1639. Corpus eius in communi Sarcofago particulariloco conditur Superiorum permissu".

Per nulla omettere di ciò che al nostro Simulacro riguardasi, e che si vuole essere stato il terzo lavoro del Vende F. Humile, non sarà discaro all'Ecc.a Vostra Reve.ma di averne qui una breve dettagliata descrizione. Egli è alto sette palmi, intagliato colla pi ù ben'intesa maestria i n legno di Cipresso, e rappresenta il Redentore Morto sulla Croce, che piega il Venerando Capo dal lato destro sopra il quale v i à una Corona intagliata nello stesso legno, dalla quale dipartesi una cruda spina, che va a perforare il sopracciglio. Gli occhi suoi sono i n guisa socchiusi che ben si vede il velo della morte che li copre. In tutto il Corpo si possono numerare le ossa, le lividure, e le piaghe sono vivissime. E mirabile quella del sacro Costato dai cui sbocca il sangue in larga copia, e così al naturale che par d'uscire dal Corpo organizzato d'uomo, e che poi aggrupparsi — 15 — in tante gocciole a color rossiccio-lurido. Insomma v i si ravvisano espressi dei pi forti sentimenti patetici e chiunque v i si accosta rimane penetrato da profond commozione.

In cima poi della Croce stassi un Angioletto pure dilegno che, tiene con ambe le mani il titolo colle lettere I.N.R.I. e che ricolmo di alta costernazione prorompe in un'amaro pianto così al vivo, che muove a piangere chiunque l0 mira. Con ben salda ragione la descritta Immagine è stata sempre riputata come la sacra àncora nelle maggiori calamità. Il primo prodigio a noi tramandato dai nostri Padri rimonta ai tempi poco appresso al lavoro di essa nel 1636 circa.

Torme infestissime dilocuste venivano a saccheggiare in ogni anno le nostre Campagne; essendo riusciti inutili gli umani espedienti adoperatesi per riparar al grave danno che vi apportavano, si ebbe ricorso all'aiuto del Cielo. Si pensò allora di condurre ailuoghi infestatila portentosa effigie, e al primo dilei apparire si videro tosto fuggire a nembi quegli animaletti devastatori, sgombrando a fatto dal nostro suolo, senza avervi mai più fatto ritorno.

In ispecial modo poi si è sperimentata prodigiosamente ogni qual volta ne casi di estrema siccità è stata menata i n giro per la Città, avendo sempre accordat la pioggia nel corso stesso delle Processioni, come toccò a noi di ammirare nello scaduto Aprile , i n cui venne a compiersila quarta grazia dopo altri tre simili prc digi nei trascorsi tempi avvenuti, di fatti nell'entrata della Casa Palazzata oggi abitata dal Sig. Marchese Proto, nel muro interno vicino il portone si venera un Crocifisso custodito da una vetrata, e col lume d'una fanale, che si accende ogni notte: Fu questo inalzato dalla famiglia Baeli, che allora era in possesso di d.a Cas in devota memoria di essersi trattenuto in quel luogo il più volte enunciato Simulacro per la dirotta pioggia all'improvviso sopravvenuta nell'atto che proceì sionalmente conduceasi in giro. Inoltre la divisata famiglia fin d'allora fu premi: rosa di ottenere il "Gius Padronatus" della Cappella del S.S. Crocifisso esistente nell Chiesa di S. Papino, previa l'assignazione di una rendita, annua di onze vent: quattro. D'altronde è stato irrefragabile la tradizione delle piogge ottenutesi per qut sto Divi n Mezzo, che già è passata al seguente volgare proverbio cioè: E' uscito il Crocifisso di San Papino, alludendosi con queste parole ad uno che mettendosi  in cammin abbia per lo più la disgrazia di venire sopraggiunto da copiosa pioggia.

 Per colmo di tanta beneficenza si è degnato ultimamente l'amoroso Gesù liberare istantaneamente parecchi infermi dai loro malori alla semplice applicazione contatto del bambace con cui si asterse l'inumidito ciglio e palpebra del Rine mato Crocifisso. Il pi ù significante ed appurato fra tutti è stato l'occorso nella distinta person della Sig.ra D.a Giuseppa Lo Miglio, che potrà l'E.V . Rev.ma segretamente riscontrare nei due attestati del Rev. P . D. Marco Antonio Vico, Chierico Regolare M e del Rev. S. D. Francesco Lo Miglio, figlio della riferita Signora e che insieme ce gl'altri al numero di trentatrè , a parte di una Rappresentanza di q.o Magistrate originalmente le compiego. Spero che quanto le ho estesamente detto possa interessare il noto zelo e l'alt intelligenza dell'E.V.Rev.ma in maniera da restar appagata l'ardente brama di que sta devota Popolazione con accordarle un'autentico monumento di sì prodigiosi amonimento. Infine prontissimo a' suoi veneratissimi comandamenti con invi diabile ossequio e rispetto baciando l'orlo della sacra veste mi fo' gloria di prote starmi. Di Vostra Eccellenza Rev.ma Eco.mo e Rev.mo Monsig.r Arciv . di Messina Da Milazzo lì 23 Giugno 1798. Umilissimo ed ossequiosissimo Servo Pietro Pel legrino Arciprete. Consulto fatto dal Rev.mo Can.co D. Pietro Pellegrino Arcip.te di questa sem pre Fid.ma e Leale Città di Milazzo a Sua E . Rev.ma Monsig. Arciv . della Citt di Messina sotto li 23 giugno 1798.

 Elenco "delle persone che furono presenti al prodigio in parte chiesastici e parte nobili civili e militari" le cui testimonianze furono "attestate" in un "secondo consulto" per documentare "il miracoloso avvenimento".

— Barone Giovan Battista Lucifero, "Regio Segreto"

— Don Saverio D'Amico Impallomeni

— Sacerdote D. Francesco Impallomeni

— Sac. D. Ignazio D'Amico dei Minimi

— Sac. D. Antonino Barbera

— Sac. D. Eutichio La Motta

— Sac. D. Francesco Antonino Lo Miglio Amico

— Don Francesco Ventimiglia

— Don Giuseppe Magnisi

— Don Antonino Pellegrino

— Don Giuseppe Salmeri

— Clerico D. Francesco Antonuccio

— Don Francesco Catanzaro Muscianisi, "Regio Proconservatore di questa Città"

— Sac. D. Vincenzo Galletti

— Abbate D. Filippo La Rocca, "Vicario Foraneo della Sempre Fedelissima e Leale Città di Milazzo"

— Marchesino Felice Antonio D'Amico

— Capitano Andrea Depuy, Comandante del "Reggimento Regina Corpo Reale" nella Piazza di Milazzo. Attestato "suggellato col suggello delle mie armi"m

— Giuseppe Anselmo e Gabriele Salerno, artiglieri del Reggimento del Cap. Depuy testimoni citati dall'ufficiale comandante

— Don Cesarino Proto

— Don Antonino Cumbo

— Don Antonino Proto Siragusa

— Barone Don Antonino Bonaccorsi

— Maggiore Giorgio Favalli, della "Real Piazza e Castello di Milazzo"

— Sac. D. Marco Antonio Vico Ricca, "Chierico Regolare M. della Città di Palermo", presente a Milazzo quale Predicatore quadragesimale

— Don Saverio Lisbino

— Padre Serafino (Mora) da Milazzo, Riformato

— Don Antonio Moscaccio

— Don Francesco Lisi

— Tenente Aggregato alla "Piazza" Gaetano Calcagno

— Secondo Sergente Raffaele Ficarra del "Regg. Nazionale Real Campagna"

— Don Saverio Proto Siragusa

— Don Francesco Raffaele Lisi

— Don Francesco Catanzaro Majolino, "Deputato"

— Don Saverio D'Amico

— Notaro Gaetano Caravello

— Gioacchino Calabro

— Raimondo del Moro Toscano

— Eutichio Mantineo, Aromatario, il quale, riportando le congiunte testimonianze di "tre Padroni di bastimenti" che lo avevano seguito "al suddetto Convento" sottolinea lo stupore di uno di essi — "nomato Capitan Nicolò Salvo, di Nazione Spagnola" — e ne riporta le testuali espressioni: "Questo è un fatto che io lo predicherò per tutto il Mondo, ovunque andrò, giacché lo vidi positivamente lagrimare!"

— Don Giuseppe Proto, "Deputato"

— Don Paolo Chillemi

— Sac. D. Francesco Clemente

— Sac. D. Giuseppe Filocamo

— Sac. D. Stefano Napoli

— Sac. D. Fra' Vincenzo Leo dei Minimi, presente con dei Novizi dell'Ordine

 — Sac. D. Gaetano Magnisi

— Abbate Canonico D. Pietro Pellegrino, Arciprete, redattore del "Processo della Lagrimazione" * * * Copie del "Processo delle lacrime"

— l'originale fu immesso nell'Archivio Arcivescovile di Messina — furono depositate in un libro manoscritto della Curia Vicariale di Milazzo, nell'antico Convento di S. Papino e nell'Archivio del "Magistrato delle Città". Altre copie in Milazzo pervennero (tra il 1880 ed il 1882) al Gen. Stefano Zirilli. alla Biblioteca Comunale, ed al Canonico Calzavara tramite l'Arciprete Mons. Stefano Mantineo, possessore di un esemplare autografo redatto nel 1798 dall'Arciprete Pietre Pellegrino. L'attestato dell'Arcivescovo Gaetano Garrasi fu "registrato" negli atti arcivescovil: di Messina ed in quelli della Curia Vicariale di Milazzo. Altra copia autentica è stata rinvenuta a Palermo, nel 1968, dallo studioso Padre Guido Macaluso negli Atti provenienti dall'archivio dell'ex Chiesa di S. Maria di Gesù.

 

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